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La spiritualità propria del carisma educativo
dell’Istituto delle Figlie di S. Giuseppe del Beato Sacerdote Luigi Caburlotto

Un appello di Dio nel concreto bisogno dei fanciulli
Quando don Luigi Caburlotto (1817-1897), a Venezia iniziò a pensare in modo sempre più chiaro e insistente a risolvere, almeno un poco, la situazione delle ragazzine che vivevano nelle calli pressoché abbandonate dai genitori troppo impegnati per cercare di procurare loro il cibo almeno per una volta al giorno. Pregò intensamente, chiese consiglio a persone che riteneva sagge, con esperienza educativa, a persone che avevano capacità organizzative e conoscenze economiche, ne parlò a persone che frequentavano la Parrocchia e fu colpito dalla capacità di comprensione e di condivisione di due giovani donne.
Educare era la chiave di volta per indicare percorsi virtuosi, per istruire, per imparare un lavoro che offrisse la possibilità di rendersi autonome, per apprendere come distinguere il bene dal male, insomma, per essere membri consapevoli della società e della chiesa.
L’impero austriaco governava il Veneto e manifestava attenzione alla scuola, alla cultura, ma questa continuava a essere privilegio di pochi. Educare come?
Don Luigi aveva in mente un’icona contemplata fin da bambino in mamma e papà che già gli avevano insegnato in chi, a loro volta, avevano come modello: Maria e Giuseppe educatori di Gesù a Nazaret… Così dovevano sentirsi le ragazzine accolte e con questi Modelli venire educate con pazienza e dolcezza perché coloro che si sarebbero prese cura di loro l’avrebbero fatto con fiducia e speranza totali nella loro possibilità di cambiare, di rispondere amore con amore.


Dal proposito all’azione
Iniziò il 30 aprile 1850, a 33 anni, con la preghiera del S. Rosario che apriva il mese di maggio.
Le bambine furono invitate a tornare il giorno dopo per vivere le ore della giornata insieme. Alla sera sarebbero tornate a casa perché i genitori rimanevano i primi educatori.
A educare si impara in uno scambio continuo tra adulti che si prendono cura e i ragazzi che esprimono le loro esigenze. Contemplando la santa famiglia di Nazaret, don Luigi indicò alle collaboratrici, che prestissimo chiesero di consacrarsi al Signore in una realtà ecclesiale istituzionalizzata, le virtù indispensabili: la pazienza, l’accoglienza, l’ascolto, l’umiltà, la dolcezza, la dedizione generosa, l’amore rispettoso, delicato ed esigente.
Nel rispetto della fede e della lealtà civica
Da subito cercò anche di rendere chiara la piccola realtà che si sviluppava quotidianamente, secondo le leggi civili ed ecclesiastiche, una responsabilità ed esigenza che le sue Figlie hanno assorbito e che continua a caratterizzarle.
A Nazaret la povertà dignitosa era di casa, così l’obbedienza ricca di libertà e di rispetto reciproco.


Primato di Dio e uguaglianza valoriale delle persone
Don Luigi alle Figlie chiedeva, con la sua vita e con la parola, la scelta del primato di Dio nel quotidiano, la fedeltà alla preghiera, la gioia della fraternità, la contemplazione, la puntualità, il lavoro, la sofferenza accolta con realismo, la preparazione accademica…
Erano richieste esigenti che mantenevano alta la motivazione, che evitavano deroghe perché Tu Signore, hai fatto tanto per me, anch’io voglio fare qualcosa per Te. Il servizio d’amore alle fanciulle era ancorato in modo visibile e trasparente a una visione cristiana della vita e del mondo: la gloria di Dio e la salvezza dei fratelli.
Alla scuola di Nazaret e su sentieri di santità
Sarete sempre la piccola casa di Nazaret, profetizzava alle Figlie, servirete come Giuseppe che era il solo a servire Maria e Gesù, le esortava.
Le devozioni dell’epoca erano consigliate con intelligenza e cuore nuovi, i Santi a cui ispirarsi erano Maestri universali: sant’Agostino, S. Francesco di Sales, S. Francesca Giovanna di Chantal. L’obbedienza ricca di amore alla Chiesa e al Papa sono indiscutibili, ma soprattutto Gesù, il Suo Cuore Sacro, il Vangelo, la croce, Maria, l’Annunciata, l’Addolorata.
Don Luigi diventava poeta quando pregava, coglieva la bellezza del creato con la gioia e lo stupore di occhi limpidi, riconoscenti, fiduciosi e traduceva il salmo 103 con sottolineature commoventi.


Gesù nel cuore e nel volto di ogni persona
La contemplazione delle sofferenze che Gesù ha subito durante la passione gli provocavano dolore, incredulità che l’uomo, creatura amata, avesse potuto giungere a tanto!
Cantava la Vergine santa con accenti filiali che toccano anche ora l’intelligenza e il cuore.
Per Lui ogni persona è immagine di un Dio buono, misericordioso, ricco di attenzioni per i suoi figli e così devono sentire e operare le sue Figlie.
Con gli educandi, infatti presto gli saranno affidati Istituti educativi maschili, l’educatore deve vedere tutto, correggere poco, e castigare pochissimo.
Don Luigi non è ingenuo, conosce il cuore degli uomini, ma la proporzione tra quanto sperimenta nella relazione con il Signore, lo spinge ad assomigliare a Gesù mite e umile di cuore verso ciascuna persona.
Anche oggi l’appello educativo continua a toccare il cuore
Don Luigi sorprende per la chiaroveggenza, per la profezia, per la capacità di pensare e operare con orizzonti vasti, così è facile l’affermazione delle attuali Figlie di S. Giuseppe nei confronti di tante verità del Concilio Ecumenico Vaticano II e di circolari ministeriali a livello educativo-pedagogico: Padre Luigi l’aveva iniziato, l’aveva intuito, ha precorso i tempi… allora fu criticato, ora si realizza quanto indicava.
Essergli Figlie è gioia, riconoscenza, ammirazione, desiderio che venga conosciuto da molti e sia glorificato per rendere onore alla Chiesa universale e alla Famiglia religiosa che, fedele al Carisma delle origini e rivisitato nel tempo, stimolata da Lui, opera in Italia, Brasile, Filippine e Kenya e Lo riconosce Padre buono, sorridente, saggio, esigente e coerente nei confronti di Dio e del prossimo! (sr Paola B.)

