Viaggio dei volontari di Mel in Kenya

Una sera di febbraio sono stata invitata alla presentazione del viaggio dei volontari di Mel in Kenya. Lì ho conosciuto madre Francesca la quale mi ha detto che in estate sarebbe partito un gruppo di ragazze per una missione.  E’ iniziata così la mia avventura ricca di colpi di scena, di lacrime e di gioie, colma di sorrisi sconosciuti, di sguardi speranzosi e di voci amiche. La proposta mi è arrivata nel momento giusto per darmi una scossa. Il cammino formativo di preparazione con suor Simona è stato molto utile per conoscerci reciprocamente ed entrare piano piano nello spirito missionario.

È stata un’esperienza lunga e talvolta faticosa ma appagante. In queste tre settimane ho avuto la fortuna di conoscere e vivere la missione di Olepolos, dedita alla cura delle famiglie e dei bambini più poveri che frequentano una bellissima Scuola dell’Infanzia e un minigrest "Furahia watoto" durante il mese di vacanza. Questi bambini che, se non vanno a scuola, sono tutto il giorno sulla strada e non hanno da mangiare, trovano qui un’ampia costruzione per garantire loro non solo l’educazione e l’istruzione, ma anche un bicchiere di chai e un piatto caldo ogni giorno. L’obiettivo è di dare a un numero sempre maggiore di bambini la possibilità di crescere non solo fisicamente, ma anche culturalmente e spiritualmente perché una maggiore cultura aprirà prospettive di lavoro e contribuirà a ridurre degrado e criminalità. Importanti sono anche il Progetto Serra e il Progetto Fattoria che coinvolgono gli adulti della zona. E’ iniziato anche un corso di inglese per le mamme e dovrebbe partire a breve un dispensario per prestare cure a donne in gravidanza e a neo-mamme.

Le attività della comunità a servizio della popolazione sono varie e in cooperazione con la parrocchia in cui è inserita e questo fa sì che la gente del luogo si avvicini e collabori. Ed è importante perché i cambiamenti possono avvenire solo se partono dalla gente! Il sorriso è sempre presente nei volti che ho incontrato, a partire dai bambini della scuola fino ai malati a cui ogni primo venerdì del mese viene portata la comunione, senza dimenticare le famiglie aiutate dal S. Vincent group: con loro ogni sabato pomeriggio siamo andate a trovare e i bambini che la domenica riempiono la chiesa. La forza di sorridere nonostante le tristi storie che stanno vivendo è sorprendente. Talvolta è stato difficile farsi carico delle loro situazioni, spesso non sono riuscita a trattenere le lacrime. Andare a far visita alle famiglie, come portare la comunione agli ammalati, condividere la preghiera con gli “sho sho” richiede molta energia: le camminate sono durate anche 4 o 5 ore su sentieri pieni di dislivelli e talvolta sotto un sole accecante o in mezzo ad un fango appiccicoso, attraversando guadi e fili spinati, ma quei volti sorridenti e felici di ricevere ospiti hanno compensato la fatica. Questa gente è solare, ha una grande forza d’animo, una fede forte che mostra costantemente anche nelle situazioni più disperate e un radicato senso di accoglienza: pur di farci sedere all’interno delle loro misere case, le persone restano in piedi, si scusano per non avere niente da offrire e ci ringraziano più e più volte.

Importanti per capirne la cultura sono state le discussioni con teacher Bosco, un professore del posto chiamato di proposito per illustrarci i vari aspetti della storia e della vita di questo popolo. Lezioni rigorosamente in inglese e per me che non l’ho mai studiato non è stato semplice ma tra i suoi schemi e un aiutino dalle mie compagne me la sono cavata!

Ogni giorno trascorso è stato carico di impegni: mi sono ritrovata a riempire e trasportare carriole di patate; disegnare e colorare cartelloni, preparare lavoretti per il grest; distribuire la merenda e il pranzo ai bambini; giocare con loro a calcio, a bandiera, al leone ecc; ballare le loro danze in kiswayly; insegnare i nostri bans a piccole creature che in pochi giorni li imparavano a memoria; lavare bidoni di carote appena raccolte dall’orto; contrattare al mercato per qualche scellino; piantare la siepe nel cortile interno del convento; discutere su temi vari con i giovani della parrocchia; preparare dolci per diverse occasioni; aiutare nelle faccende domestiche e non sono poi mancati i momenti di svago e di gioco con le giovani e le suore.

Indimenticabili i viaggi in nove con la vettura di sister Carla, per le strade dissestate, nel traffico di Karen, tra autobus carichi di gente, macchine che escono da ogni dove, carretti trainati da asini, camion che fanno uscire un fumo tossico, cani, capre e mucche al pascolo con obbligo di precedenza e la gente ai lati che trascorre intere giornate.

Prima di partire avevo un po’ di timore sapendo di dover vivere venti giorni all’interno di un convento, invece già dal primo incontro all’aeroporto con sister Carla ho capito che ne avrei viste e vissute delle belle e in effetti ritorno a casa con un male agli addominali a forza di ridere.

Ora che la mia esperienza è giunta al termine, quello che mi porto a casa come bagaglio di vita è la serenità interiore che ho riconquistato, la riscoperta della semplicità e una fede rinnovata. Pazienza e fiducia sono i termini che abbiamo sentito pronunciare più spesso, perché i cambiamenti lì sono lenti. Ciò che non dimenticherò facilmente sono gli occhi dei bambini, le loro voci che sentivi chiedere da ogni dove: “How are you? How are you?”... i loro miseri vestiti, i loro piedi nudi  che correvano in mezzo a immondizie, fango e scarichi, i loro odori, i loro abbracci e i loro sguardi.

Francesca Dal Piva

KENYA - UN VIAGGIO CHE CAMBIA LA VITA DI QUESTO POPOLO

Non avevo mai pensato di fare un viaggio simile, ma quando Suor Simona mi ha fatto la proposta ero elettrizzata e terrorizzata allo stesso tempo. Quando ho capito che esperienza era e quanto grande poteva essere ho accettato, c’era qualcosa nel mio cuore, un sentimento che mi ha portato a dire SÌ!

Solo durante il percorso di formazione ho capito quanto io avessi bisogno di partire, per vedere le cose, per vedere la vera realtà, non quella che ti fanno vedere in televisione.

Quando sono arrivata la differenza tra il nostro mondo e il loro è stata spiazzante; stare tra i bambini e fra la gente, ti apre gli occhi e ti rendi conto di quanto cieca tu sia stata.

Gli africani sono le persone più amabili, cordiali e sorridenti che io abbia mai visto, conoscerli e vivere con loro è stato il più grande dei doni di questa esperienza.

Tra sentire e vedere le cose c’è una bella differenza, potrei elencare un’infinità di cose per spiegare quella che io considero un’immensa e grandiosa missione, ma sintetizzocosì: questo viaggio mi ha fatto trovare la vera pace.

Nel trascorrere dei giorni la tua mente cambia prospettiva delle cose, ti accorgi di quanto inutili siano tanti problemi di noi occidentali, che siamo sempre seri e stressati, non sorridiamo mai, lì ogni bambino o donna ti sorride, anche se il loro mondo è a pezzi, anche se hanno un’enormità di problemi,  loro ti accolgono con il sorriso, non lo perdono mai!

In Kenya, sono stata a contatto con la realtà delle Sorelle del Caburlotto, e posso dire che le settimane con loro sono state illuminanti, il loro modo di vivere e la loro serenità sono travolgenti.

Vivono per amare e amano per vivere, hanno accolto me e le altre ragazze con entusiasmo e felicità e ogni giorno con loro era una festa.

In loro, ho sentito il vero spirito di carità e umiltà, sono un esempio da seguire per me, mettono a disposizione tutto il loro tempo e la loro vita per il povero, mi hanno insegnato a farsi piccoli piccoli per l’altro, e ad amare a dismisura.

Grazie a loro ho visto la vera Chiesa, una chiesa per i poveri, una chiesa con i poveri; per gli abitanti di Olepolos quello che fanno è essenziale.

Infine vorrei dire a tutti di fare questo viaggio, di prendere coraggio e di buttarsi in questa missione, perché non solo vale la pena, ma ti cambia la vita.

Sara Gagliano

 

LO SOGNAVO FIN DA PICCOLA

Eccomi qui a vivere il viaggio che sognavo fin da piccola!

Il 31 luglio sono partita per il tanto atteso Kenya con sei fantastiche compagne di viaggio e sister Simona!

L'impatto con il clima, il paesaggio, la cultura e la lingua è stato forte... I primi giorni sono stati i più difficili e sofferti; abbiamo visitato famiglie povere e camminato per le strade con bambini vestiti di stracci che ci correvano incontro sorridendo. Questa è l'accoglienza in Kenya: calda, musicale e festosa!

In convento dove eravamo alloggiate sono nate forti amicizie con le giovani in formazione che ci hanno aiutate a fare un Grest per i bambini più poveri dei villaggi circostanti. In queste  tre settimane in terra africana ci siamo dedicate con tutto il cuore ai  bambini intrattenendoli con lavoretti, balli, canzoni e bans.

È stata l'esperienza più bella ed indimenticabile della mia vita! Spero di riuscire a tornare tra qualche anno per vedere come stanno gli adorabili bambini dell'asilo e dell'orfanotrofio e come procedono i loro studi.

...È proprio vero, IN AFRICA SI LASCIA IL CUORE!

 Valentina Sommavilla

Non credevo che una terra, apparentemente così povera, potesse donarci tanto. Mi sento di dire che il Kenya, ci ha fatto riscoprire quanto sia bello condividere e donare agli altri un pezzo del proprio cammino. Qui abbiamo imparato che l'obiettivo non è tanto il fare, ma mettere tanto amore in quello che si fa. Ed è proprio l’amore che abbiamo visto negli occhi di sr Carla e di tutte le giovani in formazione il motore di questo progetto incredibile per contribuire al riscatto di un Paese messo in ginocchio dalla povertà e dalla fame. È stata indubbiamente un’esperienza forte. Dopo i primi giorni credo di avere affrontato il momento più difficile, perché inizi a conoscere i bambini, li chiami per nome, sai chi sono le loro mamme, sai se qualcuno in famiglia ha la fortuna di lavorare, e sai invece chi fatica a raggiungere non la fine del mese, ma della singola giornata. Hai visto le loro case, hai visto dove dormono, se quello si può chiamare stanza da letto, hai visto cosa avrebbero mangiato quella sera e cosa probabilmente non avrebbero mangiato la sera dopo. Li hai visti arrivare a scuola sporchi, con scarpe logore ai piedi, infreddoliti, ma con un sorriso così grande che ti faceva sciogliere il cuore. Tu li prendi in braccio, li accarezzi, insegni loro a legarsi le scarpe, insegni loro una canzone, un gioco, e si instaura un rapporto bellissimo, che ti fa innamorare della vita. Siamo entrati nelle loro di vite, e questo è forse il regalo più bello che la Comunità ci ha permesso di ricevere. È stato un dono che abbiamo assaporato giorno per giorno, tra lacrime, sorrisi e abbracci così forti da togliere il fiato. Bussavano presto la mattina, perché non vedevano l'ora che una nuova giornata di grest iniziasse. Quelli erano i giorno del furahia watoto ("divertitevi, bambini"). E’ un’attività nei periodi in cui la scuola è chiusa; noi abbiamo aiutato le sorelle mettendo tutte le nostre energie e il nostro entusiasmo a disposizione. I bambini non vedevano l’ora di iniziare, perché ricevevano un pasto caldo e giochi, ma soprattutto amore e attenzioni, che sulla strada non ricevono.

Arrivavano, e si buttavano tra le nostre braccia, tra urla e risate e io stringevo queste piccole manine così fredde perché i bambini avevano fatto tanta strada per arrivare e non avevano vestiti che li scaldassero a sufficienza. Più volte siamo scese alla città di Olepolos, per andare a trovare le famiglie. Un giorno siamo andate anche a trovare gli anziani per pregare con loro e per portare loro la comunione. Non dimenticherò mai la gioia che si respira la domenica durante la funzione religiosa. Non dimenticherò mai le danze e i canti con cui anche noi, accanto ai fratelli africani, abbiamo imparato a ringraziare il Signore.

Alessandra Di Chicco